Raveo

costruzioni sacre, immagini devozionali e pitture murali

Sommario

Prefazione

 
Premessa
 
Bibliografia

 

Le Chiesette
 
La Chiesetta di Terranera

 

Il Santuario della Madonna del Monte Castellano

 

La Chiesetta dell'ex  Romitorio Francescano

 

La Chiesetta in Valdie

 

Omelia del 29.8.2004 di Don Primo Paties su Valdie

 

La Chiesetta di Pani

 

I Capitelli ed i Crocifissi

 

Le pitture murali di Marino Romano

 

 

 

 

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di Sergio Piovesan            e-mail: [email protected]         www.piovesan.net

 

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PREFAZIONE

 

Nell’agosto del 2003 venni a conoscenza di un progetto di coltivazione di una cava di gesso nel territorio del comune di Raveo, in località “Suvice” e, da subito, decisi di adoperarmi affinché questo non accadesse usando, innanzitutto, i giornali locali; provvidi perciò ad inviare loro una lettera per pubblicizzare quanto stava avvenendo, essendo stato tenuto molto in silenzio tutto l’iter del progetto. Questa mia iniziativa ebbe un certo successo in quanto ci furono diverse prese di posizione in tutto il Friuli, naturalmente contro la cava, da parte di numerosi enti e associazioni, ma anche da parte di singole persone. Nello stesso periodo sorse il “Comitato contro la cava” che rappresentava, e rappresenta, legalmente tutti coloro che, vuoi per sentimento ecologico, vuoi perché nel progetto riscontrano più danni che utili, vuoi infine perché proprietari dei terreni (o ex proprietari turlupinati), sono, come me, contrari.

Nel frattempo, essendo di professione un informatico (oggi ex informatico perché in quiescenza) e possedendo un “dominio WEB”, decisi di aprire un sito internet sullo stesso (www.piovesan.net) pubblicizzando tutto quello che interessava la paventata cava e tenendomi in contatto con alcuni rappresentanti del “comitato”.

Un altro avvenimento, le elezioni amministrative del 2004, modificò la volontà dell’Amministrazione Comunale da favorevole alla cava, in precedenza, a contraria. 

Sono conscio che le prospettive di Raveo non debbano essere quelle di un paese a rischio, ma che altre opportunità possano permettere il mantenimento, se non un miglioramento, delle condizioni attuali ambientali, economiche ed occupazionali.

Sono convinto anche che sia compito della mia generazione, e quindi anche del sottoscritto, di lasciare il mondo meglio di quello che abbiamo ricevuto e, per questo, faccio mie le parole che il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, pronunciò nel suo intervento ai “Dialoghi di San Giorgio” (14-16 settembre 2004) alla “Fondazione Giorgio Cini” di Venezia, relativamente alla “ecologia del buon governo” : “…la questione ecologica indiscutibilmente è oggi più che mai parte decisiva del Buon Governo. In passato abbiamo colpevolmente trascurato un’adeguata cura del creato, e giustamente siamo richiamati oggi a farcene carico. Una scelta di libera civiltà, cioè di vita buona, sostenuta dal Buon Governo, ci chiama a nuovi stili di vita. …”

Pertanto, per questi motivi e per la simpatia che nutro verso questo paese, che frequento da quarant’anni, ho pensato di raccogliere alcune note, perché solo di questo si tratta, accompagnate da fotografie, riguardanti un patrimonio di fede, ma anche artistico, che ritengo sia giusto far conoscere oltre gli stretti confini comunali.

Spero, infine, che queste poche righe possano interessare qualcuno che, incuriosito, venga a fare quattro passi per Raveo e dintorni. 

 

                                                          Sergio Piovesan

 

Venezia, marzo 2005 

 

 

 

 

 

 

Premessa

Nei paesi di montagna, ma non solo, sono fiorite in gran numero, nel corso dei secoli, costruzioni devozionali, chiesette, ma anche Crocifissi lignei e capitelli, affrescati o con statuette; sono tutte opere prodotte da culture e devozioni popolari, un’arte forse povera di mezzi, ma ricca di fede.

Anche in Friuli, ed in particolare nella Carnia, esistono esempi di queste espressioni artistiche.

In Carnia, a pochi chilometri da Villasantina, in una conca esposta a Sud poco più a monte della confluenza dei torrenti Degano e Chiarzò,  si trova il paese di Raveo che il sottoscritto frequenta, durante il periodo estivo, da quaranta anni. E’ un piccolo paese che, pur essendo stato abbastanza chiuso, soprattutto nei tempi andati (la strada che vi arrivava non andava oltre e, quindi, non era un luogo di passaggio), tuttavia ha una storia di secoli.

Il nome di Raveo sembra abbia una derivazione longobarda; infatti, come narra la leggenda, durante un interregno, alcuni capi (“tirannelli” li chiama un antico documento) si arrogarono il titolo di Re o Duca. Una volta eletto il legittimo sovrano, questi personaggi dovettero fuggire; uno di questi, chiamato Vejo, si rifugiò in Carnia dove, presso un colle detto “Nuvolaja”, eresse un castello nel quale si attestò con la sua milizia. Nei pressi esisteva un villaggio che si sottopose a lui e dallo stesso prese il nome (da Re Vejo a Raveo). 

Un’altra tradizione fa derivare il nome dal latino “rapum” (rapa).

Forse è più accettabile la prima teoria anche perché uno dei cognomi più antichi del paese è quello di Ariis corrispondente al toponimo di una località della bassa friulana che anticamente si chiamava “Ariisberg” che significava “castello degli arimanni”  e gli arimanni erano guerrieri longobardi. Per quanto riguarda la storia del paese, legata soprattutto alle vicende della chiesa, prima cappellania e poi parrocchia, si rimanda ad altre pubblicazioni  che approfondiscono l’argomento.     

Anche a Raveo non mancano chiesette, capitelli (“maine”) e Crocifissi ed è proprio uno di quest’ultimi (clicca per foto 1 - 2 - 3) che dà il benvenuto al paesano che torna a casa od al viaggiatore che si avvicina al paese.

Le immagini, i testi e le testimonianze che mi accingo a presentare sono frutto, innanzi tutto, della simpatia che nutro verso Raveo e, naturalmente, verso i suoi abitanti; sono frutto anche di ricerche su altre pubblicazioni, in realtà molto poche per quanto riguarda i capitelli, e di testimonianza diretta, soprattutto da parte delle persone più anziane che, in particolare prima del terremoto del 1976, praticavano e vivevano la fede nelle forme tramandate dai loro padri.

Le immagini descritte sono tutte sulla pubblica via in quanto, per la dovuta riservatezza, non ho trattato quelle all’interno di cortili privati. 

Mi scuso anticipatamente d’eventuali dimenticanze e imprecisioni invitando, chi lo desiderasse, a fornirmi chiarimenti e precisazioni.

 

N.B. - Tutte le fotografie, se non indicato diversamente, sono del sottoscritto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casella di testo: Bibliografia

a)	Autori vari “Raveo,  primo centenario della parrocchia (1875-1975)” – Arti Grafiche Friulane – Udine
b)	Bonanni Giacomo “B.V. de Plano Castri – Raveo” – Ciclostilato (1975)
c)	Cristina Rigamonti – Mario Ros “Carnia, incontro e scoperta” Arti Grafiche Friulane – Udine (1978)
d)	Autori vari “Raveo, dalla leggenda alla ricostruzione” Edito dall’Amministrazione Comunale di Raveo  (1987)
e)	Fulvio Castellani “Raveo semplicemente” Andrea Moro Editore – Tolmezzo (Ud) (2002)

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Chiesette    

 

Nel territorio comunale, compreso fra i torrenti Degano e Chiarzò e dai gruppi montuosi del Col Gentile e del Monte Avedrugno, oltre alla chiesa parrocchiale,  vi sono altre cinque chiesette: Santuario della Madonna del Monte Castellano, Chiesetta dell’ex Romitorio Francescano, Chiesetta della Madonna di Terranera, Chiesetta di Valdie, Chiesetta di Pani.

 

 

La Chiesetta della Madonna di Terranera  

Localizzata nella costruenda strada (una volta sentiero in mezzo al bosco) che da Raveo porta a Muina (frazione d’Ovaro) si trova su uno sperone roccioso, a picco sul Torrente Degano, a circa 10 minuti (a piedi) dal paese.

Il suo nome (“Terranera”) è dovuto al fatto che, nei pressi, si trovano dei giacimenti di carbone di scarso valore sfruttati fino alla fine della seconda guerra mondiale.

(Clicca per foto 1 2 - 3)   Debbo precisare  che nelle altre pubblicazioni su Raveo, dalle quali ho attinto informazioni, nulla si trova su questa costruzione.  

Nel 1976 è stata fortemente danneggiata dal sisma, ma, soprattutto per la volontà d’alcuni componenti la famiglia, è stata ripristinata e restaurata; i lavori sono terminati nel 1994 e il 20 agosto di quello stesso anno è stata riaperta al culto ed inaugurata con una Santa Messa durante la quale il parroco di Raveo (Mons. Giuliano De Crignis) tenne un’omelia nella quale riassunse le vicende di fede e di devozione che portarono alla costruzione della Chiesetta di Terranera. 

Questa opera fu innalzata come adempimento di un voto, la guarigione della nipote Maria Sabina Barbana De Marchi, dalle sorelle Teresa, Anna e Lucia De Marchi; il voto non fu esaudito, ma le stesse decisero di costruire egualmente quanto avevano stabilito. La giovane De Marchi morì, a soli 21 anni, il 27  marzo 1891 a Firenze (vedi a fianco articolo su un giornale fiorentino dell'epoca) dove frequentava, con profitto, l'istituto di Magistero. Il lavoro venne portato avanti del capomastro Luigi Puicher, su un progetto del 1890. La chiesetta venne dedicata alla Madonna Addolorata e la piccola pala d'altare fu ordinata ai pittori Filipponi di Udine. 

All'omelia citata sopra, che espone in maniera documentata e molto esauriente tutti gli avvenimenti, anche quelli precedenti alla costruzione, rimando i lettori.

Altra documentazione è data da un articolo di giornale del 1891 e da due lettere del 1896 inviate alle committenti da un sacerdote di Cividale (Antonio Bonanni, originario di Raveo) che seguiva per loro conto il lavoro della piccola pala d’altare che rappresenta la Madonna Addolorata.

              

 

Pregiatissima Sig.ra  Teresa,

ai 26 Settembre ordinai la paletta per la chiesetta di Terranera ai pittori fratelli Filipponi che abitano a Udine in Borgo S.Maria dirimpetto quasi alla casa che era del Signor Odorico suo cugino, appunto in quella stanza ove aveva il suo studio il pittore Bianchini. Lasciai loro le misure e le due immagini per una idea. Dissero che la Madonna essendo per pala va bene che sia intera, che essi faranno un po’ di veduta del Calvario in lontananza, e che faranno del loro meglio, ma con il tempo perché hanno molto lavoro. Ai 9 del passato Novembre fui di nuovo da loro. Avevano fatto il telaio e distesa la tela, e mi dissero che per Natale o i primi dell’anno forse la potevano consegnare. Prima di Natale forse tornerò a Udine e se ho tempo andrò a vedere se hanno finito.

Da qualche giorno abbiamo qui molto vento con forte freddo, ma ho  inteso che senza freddo non sono neppure a Raveo.

Favorisca far tenere a mia nipote l’occlusa.

Se hanno l’occasione  di andare a Udine, o che vada qualche loro conoscente coll’indirizzo che le ho dato possono andare o mandare a vedere a che punto siano i pittori, ai quali quando feci l’ordinazione dissi che era per suo conto.

Colgo quest’occasione per augurare a lei e alle Signore Sorelle ogni bene dal Cielo.

Mi creda quale sono

 

Cividale 3/12/96  

                                    Suo Obbligatisi. e Devot.

                                    Sac. Antonio Bonanni

 

Per vedere l’originale, clicca qui    

 

 

 

 

Pregiatissima Sig.ra Teresa,

 

ai 14 del corrente mese fui a Udine dai Pittori Filipponi.

La Paletta era quasi finita. Non hanno potuto fare in distanza la veduta del Calvario perché avrebbero dovuto tenere troppo piccola l’immagine dell’Addolorata, la quale  è in tutta persona intiera, con solo la corona di spine in mano, con gli occhi volti al cielo. A me pare troppo nutrita e giovane. Dissero che la ritoccheranno. Domandai del prezzo e mi dissero di 200 franchi, e li ridusse a 150 compreso una cornicetta dorata intorno intorno. Ieri mattina una cartolina postale mi annunciava il lavoro finito e pronto per la consegna. Probabilmente la prima metà di Gennaio tornerò a Udine e allora, se pur qualcuno dei Pittori non venisse prima a Cividale, soddisferò l’importo. Se vuole spedire le 150 lire, ma non è nessuna urgenza, può spedirle a Cividale al mio indirizzo. Intanto disponga di mandarla a levare. Nell’altra lettera Le ho dato minutamente l’indirizzo dei Pittori. Quando consegnerò l’importo  mi farò rilasciare una regolare ricevuta per sua e mia cauzione.

Favorisca di riverire tanto a nome di mia sorella e mio sue sorelle e augurando loro ogni benedizione del cielo per il nuovo anno mi abbia quale fui sempre.   

 

Cividale 28/12/96 

                                    Suo Devotissimo

                                    P. Antonio Bonanni

 

Si compiaccia ricambiare a Giuliano i più cordiali auguri.

 

Per vedere l’originale, clicca qui

             

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Santuario della Madonna del Monte Castellano

 

Secondo i documenti esistenti, la chiesa in questione venne costruita nel 1620, ma, “da tempo immemorabile”, esisteva nello stesso luogo una piccola cappella dedicata alla “Maternità di Maria”.  Il tutto nasce dal fatto che gli abitanti di Raveo avevano collocato in quel luogo (circa a metà del cammino)  un’immagine della Madonna dove pregare in occasione delle salite a Valdie per la fienagione. (Vedi scavi archeologici del 2005 relativi al sacello preesistente il santuario).

Attualmente, per raggiungere il Santuario, bisogna percorrere a piedi un sentiero (mulattiera) dal centro del paese per circa 15/20 minuti; esiste anche una strada che può essere percorsa in automobile (dalla fine di Via Roma, a destra, per Via Macilles) però si perde il resto dell’itinerario devozionale composto da altre piccole costruzioni (capitelli e Crocifissi) delle quali riferisco in altra parte.

Il luogo, un pianoro nel quale trovò posto in un secondo momento anche il Romitorio Francescano, si chiamava “plan di ces” ed ancor prima “plano castri”.

La costruzione, eccetto il portico antistante, costruito più tardi (1740), ma comprendente il campanile incorporato dietro il presbiterio, con cuspide a piramide quadrata, anche se completa alla data dell’inaugurazione (1 agosto 1620) non era certamente addobbata come lo è oggi; tuttavia, già nello stesso anno era pronta la campana fatta fondere in Trentino. Pochi anni dopo (1623) furono immessi nella chiesa anche i due altari lignei della  scuola d’intaglio dei fratelli Comuzzo (Gerolamo e Francesco) di Tolmezzo: l’altare maggiore ricco di ori, ora persi per il deterioramento dovuto al passare del tempo, e di intagli con numerosi angioletti svolazzanti; l’altare di San Francesco, raffigurato in una tela di Francesco Comucio (della stessa scuola), anche questo ricco di  intagli ed angioletti.

Altra caratteristica è quella dei numerosi “ex voto” appesi alle pareti, quadretti di semplice fattura, squisitamente genuini e popolari.

Il Santuario, nel corso della sua storia, è stato sottoposto a restauro negli anni 1860, 1924, 1973 e dopo il terremoto del 1976. A seguito dell’ultimo restauro non è stata più ritrovata una grossa pietra posta ai piedi della finestra con l’inferriata che permetteva di affacciarsi all’interno del Santuario; questa pietra si trovava lì da moltissimo tempo tanto che era scavata e levigata nel posto in cui i fedeli s’inginocchiavano. A documentazione di quanto detto, la foto che ritrae Don Primo Paties inginocchiato sulla pietra in questione (fine anni '50). Don Primo è un sacerdote di Portogruaro, già professore di filosofia e preside dell’Istituto G. Marconi, che trascorre a Raveo, da oltre quarant’anni, il suo periodo di ferie. 

(clicca qui per vedere altre immagini del santuario).

 

Per ulteriori e più dettagliate notizie rimando al ciclostilato di Bonanni Giacomo “B.V. De Plano Castri – Raveo” del 1975 ed alla pubblicazione  “Raveo ; primo centenario della parrocchia 1875-1975”  dello stesso anno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesetta dell’ex Romitorio Francescano

 

A poche decine di metri dal Santuario si trova una piccola costruzione affiancata da un altrettanto  piccolo campanile: è l’ingresso del Romitorio e, a sinistra, appena entrati, si trova la chiesetta dedicata all’Immacolata.

Chiesetta e romitorio sono di proprietà privata.

In particolare chi s’interessava di queste costruzioni, fino al 2002, anno del suo decesso, era Angelica Bonanni, già maestra elementare e donna dai molteplici interessi culturali; infatti si dedicò, durante la sua lunga esistenza, alla pittura, con una nutrita produzione di tele raffiguranti soprattutto fiori e paesaggi carnici, ed alla scrittura con pubblicazioni inerenti la sua terra e le sue genti. 

Se oggi questo edificio lo ritroviamo nella buona situazione attuale, lo dobbiamo soprattutto alla Sig.na Angelica che in esso profuse, con amore, idee, tempo ed anche risorse economiche.     

Per la chiesetta, questa segue la storia del Romitorio e si trascrive, di seguito, quanto riportato sulla pubblicazione sopraccitata relativa al primo centenario della parrocchia.

 

(Per le foto della chiesetta e del romitorio clicca qui)

 

 

 

Nel 1686 Odorico Bonano de Ravejo “fornito da Dio di qualche prosperità nei miei temporali interessi, , considerato (forse per divina ispirazione) che ancorché facessi di molti guadagni et avanzassi la mia fortuna, poco mi gioverebbe per l’eternità, feci risoluzione di ritirarmi a servire il Signore in solitudine appresso la Veneranda Chiesa di Raveo”.

Quivi, nei pressi, costruì a sue spese una celletta per abitazione. E nel 1689 ottenne, dopo essersi recato personalmente a Roma dal Padre Generale dell’Ordine Francescano, il permesso di vestire l’abito di Terziario. A lui si aggiunsero poi, fra Felice, Valentino Bonano, e nel 1712 il fratello di questi, il rev. Sacerdote Nicolò Bonano col nome di Padre Bonaventura, e altri. Nel 1724 ser Francesco Diana di Esemon di Sotto dona tutti i suoi beni al Convento e vi accede col nome di Frate Francesco.

I frati vivevano secondo la regola di San Francesco d’Assisi. Bonificato il piccolo territorio, costruiti i muri di sostegno, coltivavano ortaglie e alberi da frutto traendo da ciò qualche sussistenza; inoltre la cerca nei paesi vicini, per spirito di penitenza, offriva loro il necessario per vivere. Il tenore di vita del Convento era quindi rigido, orientato sulla preghiera, sul lavoro e sui frequenti digiuni.

Alcuni giovinetti furono mandati presso i frati per l’apprendimento del leggere e scrivere. Nel 1727 un certo De Infanti di Ravascleto, arricchitosi in Dilligen, aveva messo a Disposizione degli Eremiti 11.000 fiorini (oggi, 1975, 50 milioni) perché fosse costituito “un monasterio per scuole ginnasiali per i giovani della Cargna”. Ma il testamento fu contestato dagli eredi e si venne ad un compromesso, ma non si potè realizzare nulla.

Per concessione del Patriarca Dionisio Delfino che si recò al Convento, i Frati ottennero il permesso di essere sepolti nella Chiesa di S. Maria di Pian del Castello (altro nome del Santuario di cui sopra).

………

La rivoluzione e l’occupazione francese minacciavano da vicino le piccole comunità religiose. Questa nostra non aveva avuto vita facile: ci furono aspre divergenze di competenza tra il Cappellano di Raveo ed il Pievano di Enemonzo che aveva diritto sulla Cappellania di Raveo e che vedeva di malocchio non solo le aspirazioni di autonomia, ma la stessa Comunità degli Eremiti: i quali, però, ebbero sempre la protezione del Patriarca.

Alla fine, la Legge Italica emanata da Napoleone nel 1810 soppresse, come molte altre, anche questa Comunità. I Romiti portando a spalle una gran croce di legno lasciarono il Convento e si avviarono verso Udine per essere accolti dai confratelli francescani di via Ronchi.

La piccola proprietà, messa all’asta, fu acquistata da un sacerdote di Zuglio e fu da questi venduta a Luigi Ariis Daries il quale rimane unico proprietario ed è ascendente degli attuali.

Durante la guerra 1915-18 il Convento fu luogo di rifugio per i soldati italiani, russi, polacchi prigionieri in campi di concentramento tedeschi, che, riusciti a fuggire, erano arrivati qui in attesa della fine della guerra. Durante la seconda guerra mondiale fu luogo di sosta dei Volontari della Libertà. All’alba del 17 novembre 1944 i soldati cosacchi presidianti in Carnia, dopo aver tirato alcuni colpi di mortaio che colpirono fortunatamente le vicinanze, arrivarono al Convento. Forse il luogo ispirò ad essi i pensieri che (successivamente) un gentile ospite lasciò scritto (nel libro degli ospiti) cioè di elevazione dell’anima; e fu miracolosamente risparmiato.           

 


 

 

 

 

 

 

 

La Chiesetta in Valdie

 

Continuando a salire dal pianoro sul quale si trovano il Romitorio ed il Santuario, dopo circa altri 15/20 minuti di cammino si giunge in Valdie, un’ampia conca prativa e boschiva dalla quale si può scorgere, guardando a Nord, il Col Gentile ed il Monte Avedrugno. Il nome Valdie deriva dall’unione delle parole “valle” e “Dio” e questo senz’altro per la bellezza del luogo.

Al centro della conca si trova la piccola cappella dedicata al Sacro Cuore di Maria nella forma del “dopo terremoto”; i restauri hanno provveduto, principalmente, a spostare la strada, ora più alta e che, prima, passava sotto la tettoia del pronao.

Oggi Valdie, molto rimboschita rispetto a 40/50 anni fa, non è più una località in cui si lavora accudendo al bestiame ed alla fienagione; infatti gli stavoli che caratterizzano la visione della valle, tutti di privati, vengono aperti di rado e quasi esclusivamente per incontri fra parenti e amici.

Anni addietro, invece, vi si trasferiva parte della popolazione di Raveo: era il periodo della fienagione.

All’avvicinarsi della sera, suonava la campanella della chiesetta ed allora le persone confluivano dai vari stavoli al piccolo luogo sacro dove un uomo o una donna, a turno, iniziavano la recita del Rosario. Al termine si salutavano con il classico “buine gnôt” e, quindi, tutti tornavano ai loro stavoli illuminando ognuno il proprio percorso con una piccola lanterna che portavano con la mano (feralût) . Un po’ alla volta, raggiunte le diverse mete, tutti i lumi si spegnevano e la giornata si concludeva nella pace e nel silenzio. (Per immedesimarsi meglio nel contesto della situazione appena descritta ... ascoltate la villotta "E a sunât"). 

La Santa Messa del 29 agosto 2004 è stata officiata da Don Primo Paties (vedi sopra) che ha impostato la sua omelia sulla “giornata della memoria di Valdie”. Di seguito, dopo essere stato autorizzato dallo stesso sacerdote, pubblico l’omelia in questione. (Per foto della Santa Messa officiata nell’estate del 1942, nella stessa prospettiva di quella odierna, clicca qui) (La foto è stata scattata da Marialuisa de Checo Ariis; alla Messa partecipavano anche coloro che, poco dopo, sarebbero partiti per la disgraziata campagna di Russia e dalla quale no sarebbero tornati).

 

Per altre foto sulla chiesetta di Valdie:

1)      L’altare

2)    Ex voto

3)    Lampadario di Murano

4)    Vetrate

 

Omelia tenuta da Don Primo Paties

in occasione della Santa Messa

celebrata nella chiesetta di Valdie

il 29 agosto 2004

 

LA GIORNATA DELLA MEMORIA

 

Questa giornata, io la sento come la giornata della MEMORIA. E, come tale, la propongo a voi.

Giornata della memoria dei “protagonisti di quest’opera (Valdie), monumento della civiltà rurale montanara, (che) furono uomini e donne il cui rapporto con la natura era profondamente e intimamente vissuto” (da “Raveo, dalla leggenda alla ricostruzione”).

Noi ci troviamo di fronte a un “MONUMENTO DELLA CIVILTÀ RURALE MONTANARA”, costruito, nel corso dei secoli, dalla gente di Raveo. Senza il lavoro paziente, costante e intelligente della gente di Raveo, questa conca meravigliosa non esisterebbe. Sarebbe un fitto bosco. Valdie è il risultato della collaborazione intelligente e amorosa tra l’uomo e la natura.

Opera secolare. Da quando? I primi documenti storici, che ricordano Raveo, sono del 1234 e del 1278. Considerando che i paesi esistevano prima dei documenti, possiamo affermare che quest’opera monumentale è il frutto della fatica di circa otto secoli.

I protagonisti furono le migliaia di uomini e di donne, che salivano e scendevano per la STRADA VECCHIA. Anche questa un MONUMENTO DI CIVILTÀ E RELIGIOSITÀ. Erano tempi quelli, in cui civiltà e religiosità erano la stessa cosa. Simbolo di questa fusione è la strada, lastricata da ciottoli e fiancheggiata da icone sacre.

“Le pietre parlano”. Così è scritto nel libro sopra citato. Ebbene, i ciottoli parlano di fatica, di sudore, di tenacia; le icone parlano di fede, di preghiera, di speranza cristiana. I ciottoli aiutavano a salire e a scendere, le icone invitavano a pregare e infondevano forza e fiducia.

A metà circa della strada, una sosta nei pressi del Santuario, per riposare e pregare.Alla base esterna della finestra verso la strada c’era una grossa pietra levigata, sulla quale la gente s’inginocchiava per pregare. Questa pietra era lievemente incavata là dove poggiavano le ginocchia.

L’anfiteatro verde e fiorito di Valdie e la strada vecchia, lastricata di fatica e di fede, due monumenti che vanno conservati, per il loro significato storico, civile e religioso. E i protagonisti di queste opere vanno ricordati come modelli di laboriosità, di civiltà e di religiosità.

Nella citazione iniziale si dice che i protagonisti erano “uomini e donne il cui rapporto con la natura era profondamente e intimamente vissuto”.  Nutrivano un sentimento sacrale della natura, creata da Dio. Un sentimento che va recuperato.

Lo scrittore friulano, Sgorlon, in un suo libro scrive: ”Sono fermamente convinto che l’umanità non avrà un futuro se non riuscirà a recuperare un sentimento sacrale della natura e della vita”.

Ricordando con animo riconoscente i nostri padri, che ci hanno donato questo capolavoro di civiltà e di religiosità, invochiamo su noi e su tutti i raveani, sparsi in tutto il mondo per ragioni di lavoro, la benedizione di Dio e di Maria.

 

 Anche nel 2005 la Santa Messa in Valdie è stata dedicata, l'ultima domenica di Agosto (28), alla Giornata della Memoria. In una giornata piovosa un piccolo gruppo ha ascoltato la Santa Messa celebrata da Don Primo. Per leggere l'omelia e per vedere le foto, clicca qui.  

 

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesetta di Pani

Con un’altra oretta di cammino da Valdie, per semplice e facile sentiero, si giunge a Pani (1.040 s.m.) ampia e bellissima conca, prativa nella parte più bassa e pietrosa verso l’alto, alle falde del Col Gentile. Attualmente è abitata da una sola famiglia che produce formaggi ed una rinomata ricotta affumicata.

A fianco della loro casa e delle stalle si erge la chiesetta, una volta dedicata a San Rocco per invocare la protezione, nei secoli scorsi, contro la peste che, ciclicamente, imperversava anche in queste zone; attualmente è dedicata alla Madre del Buon Consiglio e, dopo la ricostruzione a seguito del terremoto, ricostruzione effettuata a cura dell’Associazione Nazionale Alpini, un  affresco del pittore Marino Romano, all’interno ricorda la tragica ritirata di Russia.

 

Altre foto della Chiesetta di Pani: altare, affresco della Natività, esterno (abside)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Capitelli ed i Crocifissi

 

Come detto in premessa non ho reperito bibliografia di quello che descriverò di seguito e, quindi, mi avvalgo di quanto sentito dire dagli abitanti. In effetti queste piccole opere non sono state eseguite da artisti insigni e, quindi, non hanno trovato riscontro nel novero delle ricerche artistiche; sono tutte opere artigianali, più o meno antiche, qualcuna anche recente, dalle quali traspare, però, la fede del popolo.

Una caratteristica è che quasi tutte, come per altro anche le cinque chiesette,  sono  dedicate alla Madonna, cosa questa assai comune anche nel resto del Friuli ed in buona parte dell’Italia.

 

Il criterio scelto per presentare queste piccole opere sacre è stato quello di un itinerario attraverso le vie di Raveo, itinerario da effettuare naturalmente a piedi. Per questo motivo consiglio il viaggiatore, dopo, aver ammirato il primo crocifisso sulla strada provinciale, di abbandonare l’automobile all’ingresso del paese (posteggio di fronte ai campetti sportivi).

Ed ecco qui, proprio a lato della rotonda, il capitello più recente, in sostituzione di quello precedente rovinato con il sisma, un bassorilievo che riproduce una “Pietà”, a ringraziamento di quanti hanno portato il loro aiuto e la loro solidarietà a seguito dei tragici eventi del 1976 e, in particolare alle Comunità di Gorgonzola (MI) e Gussago (BS). “A ricuart di chei che nus an volut ben   1976-1980”  (“In ricordo di coloro che ci hanno voluto bene”) sta scritto sotto la scultura. 

 

Prendendo la strada a destra, la Via Roma, che ci condurrà fino alla piazza, troviamo proprio prima del Monumento ai Caduti, una piccola ancona, chiusa da un cancelletto di legno, contenente un’immagine della Madonna. 

Più avanti un’altra immagine di “Madonna con Bambino”, un bassorilievo in legno, in sostituzione di una precedente che si trovava allo stesso posto della casa ricostruita.

La scultura è opera di Giovanni Ariis, già messo comunale ed anche scultore/incisore di legno.  

Preservata da un vetro, porta scritto, nella parta sottostante, la seguente frase: “Come giglio tra le spine sei tu Vergine Beata dalla colpa preservata perché madre del Signor 1718-1988”.

Le due date si riferiscono rispettivamente alla prima costruzione della casa ed alla sua ricostruzione dopo il terremoto.                           

Si prosegue per circa 60 metri e, sulla sinistra, si trova un capitello con Santa Barbara; è questa una delle due eccezioni (l’altra è il capitello con San Floriano per il quale si rimanda più avanti) in cui l’effige non sia quella della Vergine. Il motivo di questa esposizione è determinato dal fatto che i componenti della famiglia o hanno fatto parte del Genio Militare o hanno operato nelle miniere e nelle gallerie, tutti tipi di lavori dei quali Santa Barbara è protettrice.

Si giunge così nello slargo considerato la piazza; qui, sull’angolo fra Via del Monte e Via Norsinia, si trova un capitello in muratura con una statua dell’Immacolata: la statua di fattura recente sostituisce una precedente immagine sotto la quale esisteva una fontana. Nella costruzione a destra, all’altezza del primo piano, un’anconetta anch’essa con una statuina dell’Immacolata. 

Da questo punto (vedi più avanti l’itinerario per il Santuario, Valdie e Pani) si procede per Via Norsinia e, subito dopo il campanile, sulla parete di una casa in sassi, che s’innalza come una torre campanaria, ecco un capitello con una tavoletta, leggermente inclinata in avanti per una migliore visione dal piano stradale, con dipinta una Madonna con Bambino.

Proseguendo sempre per la stessa via (attenzione al bivio con Via Borchia dal quale inizia un altro itinerario) si trova l’Ufficio Postale sul cui muro esterno una nicchia contiene una pianella in terracotta, di fattura recente,  raffigurante una Madonna con Bambino.

Poco più avanti sulla parete di un terrazzino privato una raffigurazione di una Madonna con Bambino fra San Giovanni Battista e Sant’Antonio: una lampada votiva è sempre accesa.

Via Norsinia gira a sinistra e, subito dopo, sulla destra, all’angolo di Via Fravins, un capitello in pietra ben sagomato contiene una pittura murale raffigurante un crocifisso con ai piedi la Madre e Maria Maddalena. Si procede quindi in discesa fino alla rotonda dalla quale è partito questo itinerario.

Si evidenzia ancora, in Via di Mezzo (sulla sinistra a metà di Via Roma) un’altra pittura sacra murale compresa in un semplice contorno di pietra e raffigurante una Madonna con Bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Itinerario per Santuario, Valdie e Pani.

Alla fine di Via Roma (vedi itinerario precedente), si prende Via del Monte che, divenendo dopo pochi metri una mulattiera, ci condurrà fino a Pani.

Alla prima curva ci troviamo di fronte, sulla parete di uno stavolo, ad una raffigurazione di “Madonna che allatta il Bambino” abbastanza grande. Trattasi di un’effige restaurata di recente e, forse, opera del “Pitorut”([1]) tratta da un quadro di Andrea Solario del 1515 ed esposto al Louvre. Di questo quadro esistono a Raveo, per quanto a mia conoscenza, tre copie eseguite a metà ‘800 dal “Pitorut”.

Poco più avanti un capitello in muratura con un crocifisso e, poco dopo, sulla destra, il capitello dedicato a San Floriano con un dipinto murale rappresentante il Santo che spegne un incendio. Il capitello è di proprietà di Stefani Rina e l'ultimo restauro è stato effettuato nel 1992.

Saliamo ancora e, poco dopo, sotto una galleria di alberi, al bivio con un sentiero, un crocifisso in legno.

La struttura di questo manufatto, di proprietà privata della famiglia di Osvaldo Puicher, è simile a tutte le altre che si trovano nel territorio in quanto tutti i Crocifissi, da lungo tempo, sono manutenzionati da Osvaldo; inoltre, la suddetta struttura è di origine “sappadina” e la famiglia si trasferì a Raveo da Sappada a metà del XIX secolo.

Terminata la “galleria” di alberi, dopo una leggera curva, ecco un altro capitello dedicato alla Madonna; di questo si conosce l’anno di costruzione (1830) in quanto, nello spazio sottostante, si trova incisa nella pietra la seguente frase: “Chiunque passa per questa via si ricordi di salutar Maria  - V.  1830  B.”  (da notare la N rovescia). 

Poco dopo, prima della curva a destra, consigliamo una deviazione a sinistra di una decina di metri per ammirare il panorama su Raveo, Colza e Maiaso.

Rientriamo sul sentiero e, dopo le curve prima a destra e poi a sinistra, giungiamo in uno spazio abbastanza largo dove, di recente, è stato posizionato il traliccio della linea elettrica. A circa 4 metri, sulla sinistra del sentiero, sul tronco di un rovere è affissa un’anconetta in legno con un’immagine della Madonna con Bambino in fasce, chiamata “Madone dal rol” (Madonna del rovere) che porta la scritta “Per le tue lacrime, salvaci o Maria”. La storia di questa immagina è legata ad una vicenda, avvenuta molti anni fa: “Una donna incinta stava scendendo, durante l’inverno, da Pani a Raveo quando fu presa dalle doglie e partorì sulla neve un bimbo proprio appoggiata a quell’albero”.

Proseguendo, dopo poco, giungiamo al capitello della “Sacra Famiglia”, una piccola costruzione che, soprattutto per le due colonnine frontali, differisce nello stile dagli altri capitelli. All’interno troviamo una riproduzione con un’immagine centrale contornata da altre più piccole, mentre sull’arco del capitello una scritta, con abbreviazione, dice: “Gesù-Giuseppe-Maria-aiuta-socco-così-sia”. 

Ancora qualche passo ed ecco che ci troviamo in vista della scalinata che porta al Santuario della Madonna del  Monte Castellano, preceduta da un grande crocifisso con lo sfondo bianco, un particolare che non si ritrova sugli altri. 

Dopo la  doverosa sosta per visitare il Santuario, la Chiesetta del Romitorio ed il Romitorio, ricordando che gli stessi si possono ammirare solo dall’esterno [2], riprendiamo la salita

raggiungendo così la congiunzione con la strada carrozzabile da dove ammiriamo nuovamente il paesaggio sulla vallata del Tagliamento.

Proseguiamo lungo la strada asfaltata contornata da faggi maestosi ed arriviamo nella località chiamata Quals dove si trova un capitello che sovrasta la strada e che, all’interno della nicchia, contiene una pittura murale raffigurante il crocifisso con ai piedi Maria e la Maddalena. Ancora pochi metri e, dopo un altro crocifisso in legno, siamo in Valdie; percorriamo la strada in discesa ammirando la conca sovrastata dal Monte Avedrugno e disseminata di stavoli ammodernati dagli ultimi restauri; dopo un’altra breve salita siamo alla Chiesetta di Valdie (vedi sopra).

A questo punto possiamo permetterci una sosta più lunga approfittando del tavolo e delle panche a fianco della chiesetta. Proprio di fronte, un po’ più in alto verso sud, possiamo scorgere i resti dell’impianto di un roccolo per l’uccellagione ed ora non più in uso perché questo tipo di caccia è vietato dalle leggi vigenti.

Dopo il riposo riprendiamo la salita verso la conca di Pani. La strada, dopo un po’ ritorna in terra battuta, prima alzandosi e poi restando in quota. A circa metà del percorso troviamo l’unico capitello esistente in questa parte di strada e restaurato di recente: una pittura murale che riproduce una Madonna con Bambino.

E dopo un po’ ecco finalmente la conca di Pani (vedi sopra) con il Monte Avedrugno alla destra ed il Col Gentile di fronte. 

A questo punto vi sono due alternative: la prima quella di percorrere in discesa l’itinerario già fatto, oppure di proseguire guadando il torrente Chiarzò, salire ancora e poi scendere per strada asfaltata fino ad una stalla/fattoria e da questo punto sulla cresta del colle che declina fino a Colza avendo alla sinistra la valle del torrente guadato in precedenza ed alla destra la valle del Tagliamento.

Una volta a Colza possiamo raggiungere in poco tempo, attraverso la strada carrabile, l’abitato di Raveo.

Il tempo di percorrenza dell’itinerario varia in base alle soste ed alle capacità fisiche di ognuno: mediamente dalle quattro alle cinque ore.

Consigliamo comunque di munirsi di una carta topografica della zona.

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altri itinerari all’interno del paese.

 

Via Beorchia e suo proseguimento

 

Dietro la chiesa parrocchiale si trova il bivio fra via Norsinia e via Beorchia;  prendiamo sulla destra quest’ultima e troviamo subito una fontana, all’interno di un portico ad arco,  sormontata da un capitello nella cui nicchia una pittura murale raffigura la Madonna con Bambino fra San Francesco e Santa Chiara.

Proseguendo ecco, poco più avanti, un’anconetta sulla parete di una casa, contornata in pietra sagomata e contenente un crocifisso in sostituzione, forse, di una più antica pittura.

Ci innalziamo e lasciamo le ultime case del paese e saliamo fra i boschi per una strada forestale asfaltata che viene chiamata “percorso vita” perché lungo l’itinerario sono (erano) installati elementi lignei che invitano (invitavano) ad eseguire alcuni esercizi fisici.

Dopo pochi minuti raggiungiamo la sommità del sentiero dove troviamo una cappelletta con tettoia e recinto. L’immagine è, ancora una volta, quella della “Madonna con Bambino”.

Una scritta sopra l’arco della nicchia “Madre della salute pregate per noi” mi ricorda la Madonna della Salute, ricorrenza che si celebra a Venezia il 21 novembre come voto al termine di una pestilenza per il quale fu costruita una splendida basilica sul Canal Grande.

Anche a Raveo, nella stessa data, una processione raggiunge, nella sera, questa cappelletta  per sciogliere il medesimo voto.

Possiamo tornare nell’abitato per la stessa strada oppure continuare scendendo fino al torrente Chiarzò, le cui acque, proprio in questo luogo, vengono captate dall’Enel, e, quindi, girando a sinistra,  si prosegue passando vicino al campo sportivo; giriamo ancora a sinistra e, lasciando sulla destra la zona artigianale raggiungiamo la rotonda (vedi sopra) di ingresso al paese.

 

 

Altri tre elementi restano da ricordare: 

il crocifisso posto all’inizio della strada forestale che è parte integrante del “Parco intercomunale delle colline carniche” (vedi le pubblicazioni a cura degli uffici del parco), un altro crocifisso sulla parete di uno stavolo, andando a Terranera e la cappelletta posta di fronte alla chiesetta di Terranera.

A proposito del primo, precisiamo che si tratta di quello che, in origine e prima dell’allargamento della strada provinciale che immette a Raveo, si trovava a lato di quella, dalla parte opposta dell’attuale (vedi sopra). Successivamente fu recuperato da Osvaldo Puicher che, dopo uno scrupoloso restauro, lo pose nel posto attuale.

Sulla strada che porta a Terranera, al bivio con il sentiero che si abbassa verso il Torrente Degano, (località "Cjaledonne") si trova uno stavolo, ancora con queste funzioni, che, sulla facciata porta un crocifisso con caratteristiche diverse dagli altri.

Per quanto riguarda la cappelletta di fronte a Terranera, anche questa non si trova nella posizione originaria ed il confronto si può fare con il quadro riprodotto in copertina. Infatti quando non esisteva la strada, ma solo un sentiero, era posizionata in luogo diverso, più in alto, sempre nei pressi. Ė di proprietà privata e all’interno della nicchia si trova una riproduzione fotografica di un’immagine della Madonna.

 

 Le pitture murali di Marino Romano

 

Postfazione

A conclusione di queste brevi note ringrazio il lettore per la pazienza e la benevolenza dimostrate e porgo il mio saluto con il canto che ritengo possa essa considerato l'inno del Friuli: 

Stelutis alpinis   

 

                                                                         Sergio Piovesan

                                                        

                                                                        [email protected]

                                                                        www.piovesan.net

 

              

 

[1] Antonio Taddio Copano, detto il “Pitorut”, figlio di un medico veneziano, nato Graz dove compì gli studi, visse a Raveo  nell’0ttocento dipingendo quadri di soggetto sacro 

[2] Sono aperti solo pochi giorni all’anno: la domenica nella quale si celebra la festività di San Pietro, il 15 agosto e la seconda domenica di settembre; la data del 15 agosto è significativa per l’affluenza dei paesani, degli emigranti che ogni anno tornano e dei turisti.